Gullit: "Avevo bisogno di lasciare l'Italia. Inghilterra sembrava il posto giusto"

05.06.2020 12:57 di Maurizio Marchisio   Vedi letture
© foto di Balti Touati/PhotoViews
Gullit: "Avevo bisogno di lasciare l'Italia. Inghilterra sembrava il posto giusto"

Durante una lunga intervista rilasciata al BBC Sport, Ruud Gullit ha raccontato le differenze riscontrate nel passaggio dalla Serie A alla Premier League. Nel 1995 il Tulipano Nero, dopo le eseperienze con Milan e Sampdoria, approdò nel Chelsea per intraprendere una nuova esperienza in un campionato che stava incominciando a crescere per arrivare nel corso degli anni al livello attuale.

"Quando sono entrato a far parte del Chelsea, nel giugno 1995, la Premier League era molto diversa da come è adesso. - Le parole tradotte da Sampdorianews.netNon sono stato il primo giocatore d'oltremare a venire qui ma sono stato uno dei primi ad arrivare con un grande nome, da una lega più importante, come la Serie A.

Guardando indietro, quell'estate fu probabilmente il momento in cui la Premier League iniziò davvero a cambiare diventando la competizione che è ora. L'Italia era il re delle competizioni all'epoca, in Italia c'erano tutti i migliori giocatori. Il calcio inglese era molto più semplice in confronto e gli inglesi volevano far arrivare persone dall'esterno in modo da provare a riportare il loro gioco al più alto livello europeo.

Dennis Bergkamp, ​​David Ginola, Juninho: siamo arrivati tutti insieme. Per come l'ho visssuto è stata un'avventura. Personalmente e professionalmente avevo bisogno di lasciare l'Italia dopo otto anni con l'AC Milan e la Sampdoria, con la Premier League che sembrava decollare e l'Inghilterra sembrava il posto giusto per un nuovo inizio, il momento giusto per fare qualcosa di nuovo. 

Glenn Hoddle ha dovuto spiegarmi il Chelsea e le loro ambizioni. Agli occhi degli olandesi era il miglior calciatore inglese di sempre, ma in Inghilterra non era così apprezzato. In Olanda dicevamo: oh mio Dio, è un giocatore pensato per noi, non per voi. Mi aveva telefonato per la prima volta alcuni mesi prima per dire che voleva farmi firmare e, poiché lo vedevo come un giocatore che giocava a calcio intelligentemente, sapevo per certo che non sarebbe stato un allenatore che avrebbe voluto giocare a palla lunga, quello fu un fattore molto importante nella mia decisione. 

Quando arrivai per la prima volta a Stamford Bridge pensai: che diavolo di stadio è questo? Ero abituato a giocare nei migliori stadi del mondo, quello era solo un cantiere, un disastro totale. Dovevi camminare su delle assi di legno.

A Milano e Genova ero abituato ad andare al campo di allenamento prima di ogni singola partita. A Londra invece avevamo una sessione di lavoro quasi tutti i giorni e spesso avevamo anche la domenica libera. Così ho potuto incontrare persone e andare in diversi posti. Sono riuscito ad avere una vita sociale. Fuori dal campo ho sentito anche molta più libertà. In Italia tutto era molto intenso. Era difficile per me uscire perché c'erano così tanti giornalisti che mi inseguivano, specialmente a Milano, ma qui invece nessuno mi inseguiva e nessuno voleva niente da me. Potevo respirare di nuovo.

Anche il campo di allenamento era molto diverso da quello a cui ero abituato. Le strutture del Chelsea ora sono di classe mondiale, ma prima avevano sede ad Harlington, che era una scuola. Non c'era niente lì, solo cinque piccoli spogliatoi, una panca di legno e un gancio. Ma l'ho adorato. Era come tornare a quando iniziavo a giocare, quando avevo nove anni. È stato fantastico."