E. Bonazzoli: "Papà ha preso il coronavirus. A Genova mi piacevano città e tifoseria"

03.04.2020 14:19 di Maurizio Marchisio   Vedi letture
E. Bonazzoli: "Papà ha preso il coronavirus. A Genova mi piacevano città e tifoseria"

Dopo una lunga carriera Emiliano Bonazzoli, appese le scarpe al chiodo, ha intrapreso la carriera da allenatore. Le ultime esperienze sono state con il Verona  femminile. L'ex blucerchiato ha concesso una lunga intervista a Il Posticipo in cui ha ripercorso la propria carriera, Bonazzoli ha anche rivelato che il padre sta lottando contro il Covid-19.

Ci sono ancora dei pregiudizi nei confronti del calcio femminile?
"Alcuni addetti ai lavori sono scettici. Io ho imparato che non bisogna fare paragoni. Le ragazze sono diverse dal punto di vista fisico, hanno una forza diversa quando colpiscono il pallone e vanno a una velocità differente. Bisogna pensare solo a crescere e a migliorarsi nell’ambiente in cui si è."

Lei è originario di Asola in provincia di Mantova, una zona colpita dal coronavirus: come state affrontando l’emergenza?
"Fino a un mese e mezzo fa vivevo a Milano. Poco prima che ci fosse il lockdown, io, mia moglie e mio figlio abbiamo deciso di trasferirci nell’isola privata di Albarella in provincia di Rovigo: io sono disoccupato, mia moglie lavora nell’Università che al momento è chiusa e mio figlio non può andare a scuola. Abbiamo scelto di venire qui finché la situazione non migliora: vedremo se prolungare o meno queste ferie forzate. Qui può entrare solo chi è residente oppure chi ha domicilio: ci sono 3-4 famiglie su 2000-3000 case, siamo immersi nella natura e non c’è il pericolo di incontrare gente o fermarsi a parlare."

È in contatto coi suoi familiari che vivono ad Asola?
"Purtroppo da una settimana il mio papà ha preso il coronavirus: adesso è ricoverato all’ospedale di Mantova, non è intubato, ma fa fatica a respirare perché ha avuto una polmonite. I sintomi erano quelli: lui ha quasi 70 anni ed è molto ansioso. I dottori però mi hanno detto che sta abbastanza bene. Io sento mia mamma che adesso è in quarantena. Mi dispiace che in questo momento siano divisi. Sono in contatto coi medici, per fortuna sento spesso il mio papà."

Come immagina il calcio dopo il coronavirus?
"Quando tornerà tutto come prima ci saranno i primi problemi. In questo momento i giocatori sono fermi: chi stava lottando per lo scudetto oppure per un posto in Champions però vorrebbe tornare a fare quello che faceva prima, cioè ad allenarsi ogni giorno e a giocare."

La stagione va finita?
"Non so dare una risposta, dipende da quando finirà quest’emergenza. Chi ha un obiettivo da raggiungere vorrebbe ricominciare il più presto possibile, ma in questo momento la salute viene prima di tutto il resto. Bisogna essere certi che tutto sia passato prima di tornare in campo."

Dopo la Reggina lei è passato alla Sampdoria con cui purtroppo ha avuto due gravi infortuni.
"Genova rappresenta un altro passaggio fondamentale della mia carriera: mi sono trovato bene, mi piacevano la città e la tifoseria. Purtroppo la Samp mi fa tornare in mente anche ricordi spiacevoli: ero all’apice della carriera e mi sono rotto due volte il crociato anteriore in un anno e mezzo. Dopo due infortuni del genere è difficile restare ad alti livelli. Purtroppo non sono riuscito a portare avanti ciò che avevo cominciato."

Senza quegli infortuni avrebbe potuto fare una carriera migliore? È mai stato vicino ad una grande piazza?
"So che c’era stato un qualcosa con il Milan a gennaio nel 2008-09. Purtroppo nel calcio gli infortuni capitano e bisogna essere pronti. Un giocatore sa che corre il rischio di farsi male. Mi dispiace per essermi infortunato, ma non mi lamento perché ho fatto una buona carriera."

Le piacerebbe allenare una squadra in cui ha giocato? Ce l’ha un sogno?
"Vorrei allenare la Reggina: mi piacerebbe tornare a Reggio cominciando magari dalle giovanili."

Suo figlio gioca a pallone: è difficile fare il calciatore oggi? Gli dà qualche consiglio ogni tanto?
"Oggi è molto difficile perché è cambiato tutto. I ragazzi hanno il telefonino e il computer, devono pensare alla scuola, escono con gli amici.  Quando io ero un ragazzino invece c’era solo il calcio, non c’era la PlayStation. Io giocavo sempre a pallone con mio fratello in cortile. Da ragazzo ho studiato ragioneria, il calcio mi piaceva ma non credevo che sarei riuscito ad arrivare un giorno in A. Quando è arrivata la chiamata della prima squadra ero felice. Avevo tanta passione: cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno in pullman non mi pesavano. Oggi invece vedo che i ragazzi fanno fatica anche a prepararsi la borsa da calcio: mio figlio fa il portiere e gli dico sempre che deve tenere puliti i guanti perché sono i suoi attrezzi del mestiere. Purtroppo secondo me la gioventù di oggi ha troppe altre cose per la testa."