1946: la "perfida" Albione

15.03.2020 19:46 di Guido Pallotti   Vedi letture
1946: la "perfida" Albione

Wembley, finale di Coppa dei Campioni. Tranquilli, non rigiro il dito nella piaga, mi limito a raccontare come abbiamo passato quella giornata nella perfida Albione e spiegherò il motivo per il quale ho usato l’aggettivo “perfida” riferendomi all’Inghilterra e specificatamente a Londra.

Fino al 1985 quando Scanziani alzò nel cielo di Marassi la Coppa Italia vinta nel doppio match contro il Milan, in un tripudio d’inaspettata gioia da parte di tutta la gente di fede blucerchiata, noi Sampdoriani controbattevamo i 9 scudetti dei quali i genoani si vantavano, con il 4° posto del 1960. In seguito c’erano state continue lotte per non retrocedere, campionati nei quali salvarsi, magari all’ultima giornata, era già un traguardo.

C’era stata la retrocessione, fortunatamente con toccata (retrocessione) e fuga (immediato ritorno nella massima serie) del 1966; però, se questa nostra discesa in purgatorio era passata quasi inosservata, quella del 1977 fu devastante, infatti rimanemmo in cadetteria per ben 5 anni, fino a quando il Presidentissimo Paolo Mantovani, nel 1981, rifacendo completamente la squadra, ci riportò in serie A e poi, con un paziente lavoro di mosaico, allestì uno squadrone, che in sette anni ci fece vincere tutto quello che c’era a disposizione: purtroppo non riuscimmo a mettere la ciliegina sulla torta, con la conquista della Coppa dei campioni, disputata a Londra stadio Wembley

Si era incaricato mio cognato Paolo di prenotare la trasferta e a noi due, si erano aggiunti Bianca e Giuliano, moglie e marito Sampdorianissimi, che coglievano così l’occasione di fare il loro battesimo del volo. Ci trasportarono su un aereo di una compagnia belga fino all’aeroporto di Heathrow dove ci fu la prima sgradevole sorpresa. Restammo tutti in balia di noi stessi in  attesa di essere chiamati per salire sui pullman che avrebbero dovuto portarci a fare il giro turistico della città. Trascorse un tempo interminabile fino a quanto si presentò al nostro gruppo uno steward che ci comunicò che era inutile attendere il bus, per via del caos indescrivibile che si era creato a Londra per l’arrivo di noi tifosi Samp e di quelli del Barça, che lui stesso era stato contattato il giorno prima, solo perché parlava italiano e conosceva la città, per riunire i passeggeri del nostro aereo e per adempire a ciò che ci era stato promesso. Candidamente poi ci consigliò di usare la metropolitana, di recarci in centre e… anche se non lo disse, di arrangiarsi.

Viaggiammo bene in metrò, incuriositi dai frequentatori multietnici, tipo i “Sick” coi loro cromatici turbanti e meravigliati dal modo di usare le scale mobili, che più che farsi trasportare le scendevano. Bighellonando attratti dalle bellezze di Londra, raccontai agli amici di una gag di Piero Parodi, riguardo al fatto che gli inglesi hanno strade larghe che chiamano street, i cavalli hors e i pullman a due piani, bas (bus). Mangiammo un panino accompagnato da una birra, facemmo shopping e poiché ero l’unico a essermi munito di zainetto finii per fare il mulo da soma.

Tornammo allo stadio in metropolitana, famigliarizzando con i tifosi da Barcellona, efficiente l’opera degli steward che ci accompagnarono ai nostri posti; facendo riferimento al Ferraris eravamo sul secondo anello dello stadio Wembley all’altezza dell’area di rigore, dalla parte della Sud e dietro di noi c’erano il fratello di Vialli, con l’allora fidanzata, Giovanna, del nostro bomber  e Rosa Cerezo con i figli. Ad un certo punto della partita, udii che Giovanna usava la parola sete, le porsi allora il bicchierone di aranciata, che rifiutò, spiegandomi che i nostri giocatori avevano continuamente sete, che sembravano disidratati perché non facevano altro che bere, ed io che con presunzione mi ero sempre dichiarato un intenditore di calcio, in tantissimi anni non avevo mai fatto caso a quei particolari.

Koeman sparò il siluro e ci castigò, recentemente al Paolo Mantovani Day, grazie a Diego Anelli che mi ha dato modo di parteciparvi, chiesi a Pietro Vierchowod, che cosa era andato storto nella barriera e lui, ancora incazzato a distanza di anni, mi disse che un Barcellona così scarso non c’era mai stato. In un caos tremendo raggiungemmo nuovamente Heathrow, un casino indescrivibile, mio cognato si pigliò la briga di fare l’interminabile fila anche per noi tre e dopo un tempo interminabile quando arrivò allo sportello, l’addetta mise la segnalazione closed facendogli sgarbatamente il segno d’allontanarsi. Paolo non parlava l’inglese, cercò di spiegarle la situazione e le porse i nostri tiket d’imbarco, al che lei li pigliò scaraventandoglieli addosso, imprecando e probabilmente insultandolo. A quel punto mio cognato si diede lo slancio, provò a tirarle uno schiaffone che fortunatamente non raggiunge il bersaglio, rimase aggrappato al bancone, inveendo contro la maleducata, allora l’avvinghiai per la vita provando a strapparlo di lì, così che, quando lasciò la presa, ruzzolammo in terra e lui, come in trance, mi guardò e mi disse “Cose t’inbelinn-i!”. 

Stiamo commentando il fatto con Giuliano e Bianca quando sentiamo un fischio fatto da uno di una coppia di poliziotti che minacciosi ci fanno segno col dito d’avvicinarci. Interviene un tifoso di una certa età, con addosso una maglia della Samp, pronuncia severamente una frase in inglese e i due flik, s’allontanano mogi. Gli chiedemmo cosa gli abbia detto e lui: gli ho detto che in Italia col fischio si chiamano i cani, non le persone. In qualche modo riusciamo ad imbarcarci, arriviamo sul C. Colombo e ci comunicano che è impossibile atterrare per il gran traffico aereo, ci dirottano su Milano e finalmente un pullman ci riporta a Genova.