Non è forte chi non cade mai, ma colui che si rialza dopo essere caduto

Non è forte chi non cade mai, ma colui che si rialza dopo essere cadutoTUTTOmercatoWEB.com
mercoledì 21 gennaio 2009, 09:00Una Regina sotto i Riflettori
di Diego Anelli

Il girone d’andata se ne è andato e siamo qua ad esaminare una situazione assolutamente impensabile ad inizio stagione: il nostro Doria chiude a quota 20 punti, la zona retrocessione distante soltanto 5 lunghezze, la squadra esce dal campo sotto i fischi dinanzi alla terza sconfitta consecutiva tra le mura amiche. Non è giusto fasciarsi la testa prima di esserla rotta, ma è altrettanto vero che nessuno di noi, soprattutto chi ha seguito la squadra anche nei 4 anni di cadetteria e non si è soltanto risvegliato con il ritorno nella massima serie, vive con le fette di prosciutto sopra gli occhi, ognuno si rende ben conto delle cause e delle eventuali conseguenze.

Avendo un minimo di esperienza alle spalle, sinceramente non vedo l’ora che questa stagione, maledetta e difficilmente interpretabile, finisca il prima possibile, ovvero prima di essere davvero risucchiati nella zona caldissima della graduatoria. E’ vitale mettere fieno in cascina prima che tutto degeneri: in campionato dobbiamo andare nella tana di un’Inter, priva del suo uomo migliore, Ibra, ma ferita e colma di rabbia dopo la pesante debacle di Bergamo, poi nel turno infrasettimanale ecco arrivare la temibile Lazio, una delle avversarie senz’altro più ostiche quando si gioca in casa e si fatica a creare gioco e gonfiare la rete, per l’organizzazione, le caratteristiche tecnico-tattiche del tridente Rocchi – Zarate – Pandev. Si tratta di due impegni ad alto rischio di difficoltà, ma la classifica è lì che piange sotto gli occhi di tutti, bisogna recuperare da qualche parte i punti persi tra Udinese, Roma e Palermo. Senza dimenticare poi gli impegni in Uefa e Coppa Italia.

Per dare una forte inversione di tendenza al trend paurosamente assunto negli ultimi terni, gli uomini di Mazzarri devono gettare il cuore oltre l’ostacolo, giocare da provinciale, scendere in campo con il sangue agli occhi: a San Siro, a prescindere da quale risultato risulterà dal campo, vogliamo rivedere la Sampdoria grintosa, agonisticamente cattiva, con la testa libera da paure e fantasmi, organizzata e capace di fare male, mentre, contro la Lazio nell’atmosfera notturna, il “Ferraris” deve ritornare il fortino che conoscevamo, nel quale, quasi sempre, l’avversario, in campionato o in Coppa, usciva con le “ossa rotte” e un pugno di mosche in mano. Il rientro in pianta stabile dell’Angelo Blucerchiato, dopo il prevedibile step di riadattamento, e i progressi dell’intesa tra Cassano e Pazzini sono armi fondamentali per rialzare la testa.

Probabilmente, come ha ripetutamente dichiarato Mazzarri, l’anno scorso quell’organico non ha dato il 100%, bensì il 110% delle proprie potenzialità, ora però non possiamo ritenere la rosa meritevole di annaspare negli acquitrini della classifica, a meno che almeno Palombo e Bellucci, vista l’inaffidabilità fisica di Campagnaro, ritornino ad assomigliare ai campioni ammirati recentemente. Si è perso per strada un tassello importante come Maggio, ma adesso Padalino non lo sta facendo rimpiangere eccessivamente, piuttosto è doveroso che l’intero reparto di centrocampo ritrovi la linfa, il ritmo, la fiducia e la convinzione nei propri mezzi per garantire nuovamente solidità e personalità alla squadra. Non si può pretendere che siano i difensori, peraltro pressati, ad impostare il gioco quando i compagni scappano e non si fanno vedere, e gli attaccanti siano costretti a contare le palle giocabili con le dita di una mano nell’arco del match.

Non credo a chi sostiene che Mazzarri non abbia più il controllo dello spogliatoio, perché lo reputo un grande tecnico e ritengo i giocatori sufficientemente intelligenti per conoscere il significato di alcune cruciali parole dell’essere uomini: dignità, umiltà e riconoscenza. Non è altrettanto vero che la società non abbia investito in estate il denaro incasso dalla cessione di Maggio, il saldo acquisti – cessioni è senz'altro in perdita, meglio sostenere che le risorse a disposizione, tra budget e incassi, non siano state spese nel migliore dei modi, senza tenere ben presenti due considerazioni apparentemente scontate: non si può affrontare 3 competizioni con gli uomini contati, l’attacco doveva essere rinforzato a tempo debito, visto l’accantonamento di Fornaroli.

Probabilmente oggi in campo c’è chi gioca in non perfette condizioni fisiche, chi è ritornato sul suo standard qualitativo dopo un’annata sugli scudi, chi, alla crisi, reagisce deprimendosi o autoconvincendosi dei propri limiti piuttosto che sfogare la giusta rabbia, e chi, vedi Cassano, vorrebbe spaccare il mondo, ma si sta stancando di predicare nel deserto. Sia in campo che fuori bisogna restare uniti: squadra, allenatore, società e tifoseria. Si è parlato tanto e inadeguatamente dei fischi rivolti alla squadra al termine del match: innanzitutto si è trattata di una reazione tanto doverosa, quanto prevedibile da parte di un pubblico, quello sampdoriano, che ha preferito una contestazione civilissima e pacata rispetto a quanto poteva accadere nella maggior parte delle altre piazze. Non si può negare alla gente di fischiare al triplice fischio finale, l’importante è evitare di fischiare un giocatore ad ogni tocco di pallone, come invece accade altrove. E’ pertanto ridicolo e patetico che qualche protagonista in campo se la prenda, poiché gli applausi e i fischi fanno parte del gioco, se il chiamato in causa è un vero uomo, i fischi lo scrollano, lo incentivano, lo aiutano a tirare fuori la rabbia, altrimenti la personalità è sconosciuta.

Dato che, da quando i miei genitori hanno cominciato a portarmi allo stadio dall’età di 8 anni, vivo ultras e respiro della mia tifoseria, un appunto è però giusto farlo: mi piange il cuore vedere nemmeno 16.000 paganti per la partita dell’anno contro il Siviglia, mi riempio di rabbia nel vedere i capi ultras, tanto bistrattati ma in realtà tra le rarissime cose genuine di questo calcio, costretti a richiamare la tifoseria all’incitamento, non è possibile far sgolare sempre le stesse persone. In gradinata si va innanzitutto per sostenere a squarcia gola la propria squadra, si può anche fischiarla a gara terminata, ma prima bisogna trasmettere adrenalina in campo; chi non ci crede, o non è abituato a tornare a casa senza voce, se ne può rimanere tranquillamente a casa, per il bene del suo portafoglio e della Sampdoria in primis.