Lottare, vincere, cantare, essere Sampdoriani

Lottare, vincere, cantare, essere SampdorianiTUTTOmercatoWEB.com
© foto di ALBERTO LINGRIA/PHOTOVIEWS
giovedì 7 aprile 2011, 07:00Una Regina sotto i Riflettori
di Diego Anelli

Arrivi in un parcheggio immenso, l’asfalto scotta, sembra ferragosto, il sole cocente ti brucia sulla pelle, quasi quasi ti manca l’ossigeno, ma fai finta di niente, sei andato a Verona per un unico obiettivo: rivedere una Sampdoria, almeno una copia decente di qualcosa che si chiama Sampdoria. Anche la nostra posizione di classifica crea calore, ansia, tensione, trepidazione, si suda stando fermi perché paura, amarezza, depressione e pessimismo sono nemici aggiuntivi, insoliti, facili da incontrare e dinanzi ai quali soccombere in situazioni simili.

Già, è facile, ma in tutti coloro che non mollano mai, abituati a non gettare la spugna, ad uscire sempre e comunque a testa alta, l’inconscio spinge in avanti, si è coraggiosi, indomiti, non fa paura cosa bisognerà affrontare per raggiungere il proprio obiettivo, per non perdere mai la propria identità, il dna acquisito alla nascita, un’anima presente in noi stessi ancora prima di venire al mondo. Se in campo anche al Bentegodi sono emerse palesemente le lacune tecniche e caratteriali di una squadra capace di segnare su azione soltanto in un paio di occasioni negli ultimi mesi, sugli spalti abbiamo assistito al vero, unico spettacolo.

Circa 5.000 doriani hanno sostenuto la squadra senza sosta, in modo commovente, appassionato, maturo, mettendo il bene della Sampdoria in prima fila, come sempre. Una fede, l’orgoglio non hanno prezzo, non conoscono categoria, non se ne vanno assieme a presidenti, dirigenti, giocatori, tecnici che cercano fortuna altrove; sono valori che si posseggono da sempre, non si inventano sul momento. Noi Sampdoriani ci siamo, cantiamo, incitiamo tutti coloro che indossano la nostra casacca, a prescindere dal valore di chi scenda in campo. Siamo così unici sugli spalti e attualmente non pervenuti in campo che il nostro sostegno resta ad alti livelli anche dopo il triplice fischio finale, per rendere onore alla storia, ai colori che ci appartengono, tingono i nostri cuori e contraddistinguono il nostro modo di essere, mentre chi ha sudato in campo se ne torna a testa alta nello spogliatoio, chi non si dimostra all’altezza della situazione dovrebbe comprendere la mentalità di chi deve lottare fino all’ultima frazione di secondo per conservare la categoria.

Da questa trasferta, nonostante la presenza massiccia di un pubblico chiamato all’appello, come se ce ne fosse stato bisogno, in ogni modo, con le più diverse iniziative, non è arrivato il goal, che manca lontano da Marassi proprio dalla sfida dell’andata a Lecce, dove realizzò una tripletta colui che, secondo qualcuno, non avrebbe combinato nulla da giugno in avanti. Un girone intero senza gonfiare la rete in trasferta: numeri impietosi che non lasciano spazio a commenti, o considerazioni, perché parlano da soli. In campo si voleva almeno un punto e il pareggio è arrivato, ma non come avremmo voluto: sono mancati fattori indispensabili come coraggio, voglia di vincere e regalare una gioia a chi ha partecipato all’ennesimo esodo. Ci si è accontentati del medio risultato con il minimo sforzo, un punto che muove la classifica, dà una dose di respiro, ma la vera boccata d’ossigeno richiede necessariamente 3 punti contro il Lecce.

Non fanno classifica, ma se in campo abbiamo ottenuto 1 punto, sugli spalti ne abbiamo conquistati 3, l’intera posta in palio che, tanto astratta e simbolica quanto preziosa e vitale, premia uomini, donne, anziani e bambini, tesserati e non, che, nonostante gli ultimi mesi in campo e sul mercato siano stati inguardabili e imbarazzanti e le ovvie conseguenze farebbero pensare al peggio, vogliono ancora crederci, non perché si sentano divinità scese in terra o guardino tutti gli altri dall’alto verso il basso, ma semplicemente perché non vogliono vivere né di rimpianti, né di rimorsi: fino alla fine vogliono combattere per non precipitare nel burrone, per dare il buon esempio a chi, ovunque si trovi dentro o fuori dal campo, ha sottovalutato i rischi e a chi si sta dimostrando assolutamente fuori luogo nel difendere tutto quello che rappresenta la Sampdoria e la serie A per la Sampdoria.

Tutto quello che è stato ormai è stato, non si può tornare indietro per correggere gli errori compiuti, al termine della stagione arriverà il momento dei bilanci e degli eventuali processi, ma dagli errori bisogna e si deve imparare, migliorare, perché l’onore, l’orgoglio, la dignità vanno oltre qualsiasi cosa, oltre i punti, oltre i numeri e i nomi sulle schiena dei giocatori, le strategie societarie, i traguardi raggiunti e gli obiettivi mancati. Soltanto i tifosi non hanno più nulla da dimostrare, possono soltanto dare un’ulteriore conferma di quanto siano unici. Le altre componenti dell’ambiente doriano? Ci sono ancora 7 partite per dimostrare di meritare almeno in parte di giocare, o lavorare per la nostra amata. Con il Lecce non si può più sbagliare: lottare per vincere, vincere per sopravvivere, cantare per vivere, per essere Sampdoriani.