CON IL CUORE IN MANO: SIAMO ORGOGLIOSI DI VOI
Il giornalista di turno racconterebbe la cronaca dal primo minuto di gioco all’ultimo attimo del secondo tempo supplementare, ho invece vissuto la partita in modo diverso, da Sampdoriano. Torni a casa dopo una serata che, comunque sia andata, ti resterà per sempre dentro, come tutte le gare che hanno rappresentato, o potevano essere la svolta, in un senso o nell’altro.
Esci dallo stadio con la gola a pezzi, il cuore distrutto, hai cantato come un forsennato, hai gioito, hai urlato dalla felicità, hai sofferto come un cane, hai pianto per il crudele verdetto sancito prima al 93’, poi ai supplementari. Ma stasera il vero Sampdoriano ha pianto anche per orgoglio, per la consapevolezza che gli insegnamenti del grande Paolo Mantovani non sono andati persi. Nonostante la cocente delusione, qualsiasi considerazione va messa da parte, i ragazzi hanno dato tutto e meritavano soltanto applausi, arrivati scroscianti dall’intero Ferraris.
Chi racconta una partita senza avere in gioco il cuore, si limita a descrivere quanto avvenuto in campo con distacco, fa il compitino. Chi nell’arco di 180’ si gioca una pagina di storia, va oltre, almeno cerca di farlo. Il goal del Pazzo a Brema ci aveva tenuto ancorati ad un sogno, ad un’impresa, non era una chimera, una missione, un desiderio, un traguardo difficile, ma non impossibile. Sapevamo che una gara perfetta ci avrebbe portato in Paradiso, l’abbiamo conosciuto per buona parte della sfida, siamo transitati per il Purgatorio al 93’, l’Inferno è sceso ai supplementari, ma noi tifosi, i ragazzi in campo non possono proprio rimproverarsi nulla. Pronti, via e il Ferraris è una bolgia.
Il Pazzo riprende da dove aveva lasciato a Brema, ovvero segnando: minuto 8 Cassano crossa dalla destra, il bomber schiaccia di testa, Wiese devia nel sacco. I tedeschi sono allo sbando, noi siamo alle stelle: al 13’ punizione di Stankevicius, ancora il Pazzo stavolta di prima intenzione incrocia sul secondo palo, è un goal pazzesco, siamo già sul 2-0. Volta fa un figurone nelle retrovie, Palombo detta i tempi, Dessena corre per quattro, Guberti è un incredibile mix di qualità e quantità nel prezioso ruolo di fantasista, Semioli aiuta costantemente la difesa. Prima dell’intervallo è Fritz a negare la gioia del tris al Pazzo, respingendo sulla linea.
È ancora lunga. Nella ripresa comincia a farsi sentire la stanchezza, al 66' Di Carlo toglie Guberti facendo entrare Tissone, messo k.o. dopo pochi giri d’orologio, al suo posto subentra Mannini. Il Werder approfitta dell’infortunio subito dall’argentino e dal conseguente calo di pressing a centrocampo per alzare notevolmente il proprio baricentro, soffriamo, ma stringiamo i denti, finchè all’85’ Cassano, su servizio di Semioli, estrae dal cilindro un delizioso tocco di tacco che vuol dire 3-0. Al suo posto entra Pozzi, devono essere gli ultimi minuti prima del coronamento di un sogno, invece al 93’ una staffilata di Rosenberg interrompe ogni pensiero, 3-1, si va ai supplementari, con il morale a terra e la benzina finita nelle gambe.
Si spera di reggere, giocandosela con un’azione di rimessa, oppure affidando il proprio destino alla lotteria dei rigori, invece al 100’ Pizarro indovina l’angolino con una conclusione dal limite, il 3-2 chiude definitivamente la pratica. Ci proviamo fino alla fine, ma servono due reti per scrivere un’altra pagina di storia, non ci sono più i minuti e nemmeno le energie. Al triplice fischio finale i tedeschi festeggiano l’approdo ai gironi di Champions League, la Sampdoria finisce in Europa League, ma lo fa a testa alta, con la consapevolezza di aver dimostrato tutto il proprio valore non soltanto tecnico, ma morale, caratteriale. In campo e sugli spalti, c’è chi si dispera, chi non crede a quanto ha assistito, chi piange e si sfoga.
Nella gioia e nel dolore siamo stati una cosa sola, invitiamo la squadra sotto la Sud per raccogliere i meritati applausi. Si fatica a trattenere le lacrime, anzi scendono copiose, ma in campo hanno dato tutto e sugli spalti abbiamo dimostrato quanto sia giusto essere orgogliosi di essere Sampdoriani. Per un’altra sera i giocatori sono stati, noi tifosi siamo stati la Sampdoria, la Regina sotto i riflettori, che si ama incondizionatamente e non si lascerà mai sola, soprattutto quando il destino e gli episodi ti fanno maledettamente male, ti fanno rivivere in un film di un attimo tutto il tuo tragitto italiano ed europeo di tifoso, rischi di mollare tutto.
Poi ti rendi conto che domani è un altro giorno, prendi in mano il tuo cuore, vedi che è tinto di blucerchiato e volti pagina di un libro, la cui prima pagina si chiama S come SampdoriA, l’ultima invece s'intitola A come Amore. E' l’ultima, perché da 64 anni non si può andare oltre il sentimento più travolgente di un essere umano.
