Vecchi giovani crescono

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© foto di Tommaso Sabino
martedì 13 luglio 2010, 15:28News Doria
di Cristian Marmo

Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore e allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé. (Nick Hornby - Febbre a 90')

Quando mi è capitato questo libro tra le mani ho subito pensato che fosse proprio ciò di cui avevo bisogno. E' strano da spiegare, ma a volte capita che qualcosa - o qualcuno - ritorni con una certa frequenza nella nostra esistenza, senza spiegare il motivo della propria presenza né spogliandosi di una certa verità a noi nascosta. Tutto ciò che possiamo fare è aprire gli occhi. Niente più.

Il mese di luglio offre ben poco ad un tifoso di calcio che vive di partite e non di chiacchiere da Radio Mercato. Con la Spagna campione del mondo è finito anche il Mondiale sudafricano, con il più giusto e meritocratico dei verdetti. La Spagna gioca bene, la Spagna è giovane, la Spagna è forte, la Spagna è bella. Ed è vero, caspita. Quando vedo giocare Andrés Iniesta penso alle pennellate di Caravaggio; quando Xavi disegna sul campo delle geometrie tanto perfette quanto impensabili penso al genio di Archimede. E cosa dire di Villa, incisivo e cattivo come Quentin Tarantino?

Della Spagna si è detto tanto in questi giorni. Pare che noi italiani, dopo questo bienno fantastico per la Roja (e di un decennio altrettanto fantastico per il Barcellona, che può vantare di aver avuto sei giocatori blaugrana nell'undici titolare contro l'Olanda), dobbiamo guardare agli iberici come modello di ispirazione, per tornare anche noi a lavorare sul vivaio, sulla cantera, per dirla alla spagnola.

Si è anche detto che in Italia mancano i talenti. Siamo davvero messi male, insomma! Ma come, quattro anni fa eravamo i Campioni del Mondo - e a dirla tutta non abbiamo fatto altro che ripeterlo per quattro anni -, gli incontrastati, gli imbattibili, e ora siamo diventati dei brocchi senza futuro? Devo dire che il calcio, e soprattutto chi ne parla, mi ha sempre fatto molto sorridere.

La Sampdoria ha da almeno cinque anni un vivaio di altissimo livello. Nella gestione Garrone-Marotta, negli ultimi otto anni, abbiamo visto tantissimi giovani calciatori indossare la nostra maglia in una gara ufficiale. Da Marilungo a Poli, da Fiorillo a Romeo, da Testardi a Foti, da Regini a Bastrini. E ce ne sono tanti, tanti altri. Lo stesso Angelo Palombo arrivò a vent'anni dalla Fiorentina, dove aveva collezionato appena dieci gettoni in Serie A. Ora è diventato il nostro Capitano, ed è un punto fermo della nostra Nazionale.

Così come la Sampdoria, sono anche altre le società che investono, e non poco, sul settore giovanile. La stessa Juventus ha mantenuto negli anni un altissimo livello nelle categorie giovanili, lanciando giocatori come Marchisio, De Ceglie, Giovinco. Quando si dice che in Italia non si investe sul settore giovanile si commette un gravissimo errore. La verità è che il coraggio e la volontà da parte di tutti - e parlo non solo dello staff tecnico e delle società, ma anche delle tifoserie - scarseggiano.

In un Paese sempre più vecchio, dove non si punta sui giovani nemmeno nel mondo del lavoro, ottenere dei risultati, sia in campo sportivo sia in tutti gli altri settori, diventa difficile.  La disfatta della nostra Nazionale in Sud Africa non è solo il dramma sportivo per tutti gli appassionati di calcio italiano, ma è anche e soprattutto il chiaro sintomo del declino della nostra società, figlio di una mentalità che non si fonda sul progetto ma bensì sulla speranza che tutto possa andare per il meglio.

E' la mentalità dell'incrociare le dita, e francamente io non ne vado assai matto. Mancano le idee, sostituite dai soliti scontri verbali, dalla chiacchiera fine a sé stessa. Urge quindi una riflessione. Perché questo è il Paese di Caravaggio e di Del Piero, di Michelangelo e di Mancini, di Fellini e di Bergomi. Non dimentichiamocelo: anche loro sono stati giovani.