La rinascita

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© foto di Federico De Luca
mercoledì 10 febbraio 2010, 10:02News Doria
di Cristian Marmo

Quando tutto sembrava finito, quando la luce si stava spegnendo, quando il sipario stava per chiudersi, riecco gli attori tornare sul loro palcoscenico, un immenso campo verde tutto da correre. Tutte le voci, le chiacchiere da bar, tutto quello che è successo, soprattutto nelle ultime settimane, non ha fatto che rinforzare la nostra squadra; quella che, per molti sembrava una spaccatura, si è tramutata in un incredibile punto di forza, di fortissima coesione di gruppo.

D’improvviso, la rinascita. Incredibile davvero quello che può capitare nel calcio, così come nella vita. Volontà e consapevolezza, ambizione e stimoli, queste sono le caratteristiche che dovrebbe avere ciascun essere umano per vivere una vita, diciamo, decente. E così come nella vita, anche e soprattutto nello sport la necessità di virtù così nobili e così difficilmente riscontrabili nella società moderna deve essere prioritaria per la conseguenza di obiettivi mirati, o più banalmente per il tentativo del raggiungimento di tali obiettivi.

Si parte sempre da un’idea, da quello che gli economi chiamano progetto, ma io sono un letterato e mi piace continuare a chiamarla idea. Quell’idea, figlia di una necessità, si deve trasformare in qualcos’altro, qualcosa di più importante, di più pragmatico. Ecco che un gruppo, quindi, spinto da un bisogno collettivo che si pone l’obiettivo di migliorarsi sempre e di far sognare un pubblico innamorato di quella maglia che indossa ogni domenica, dopo un periodo di appannamento che l’ha visto soccombere in partite in cui ci si aspettava qualcosa in più, almeno sotto il punto di vista della volontà, si trasforma e, come l’Araba Fenice, risorge dalle sue stesse ceneri, anche senza il suo giocatore più importante.

Già, il suo giocatore più importante. Lo sapevo che ne avremmo parlato, ma come farne a meno? Antonio Cassano è il calcio, spesso si sente dire. Io credo che il calcio si debba osservare nella sua totalità, e non nelle grandi individualità che lo hanno abitato. Però penso che ci siano alcuni giocatori speciali, quelli che hanno attraversato un determinato periodo in una squadra e che, nel bene o nel male, ci sono sempre stati. E Antonio questo lo ha capito, lo ha accettato. Forse sta diventando grande. A me, sinceramente, Cassano piace un po’ di più quando fa "le Cassanate", perché credo che renda di più. Ma questo è solo un punto di vista personale.

Da un talento del presente a uno del passato. Francesco Flachi, il calciatore, non ha bisogno di presentazioni. Con la nostra maglia ha conosciuto probabilmente il periodo più brutto della nostra storia calcistica, dall’addio di Enrico Mantovani e l’imminente fallimento, all’arrivo di Riccardo Garrone e alla rinascita, di nuovo, la rinascita. Rinascita, Francesco. Io non voglio commentare con parole banali e moraliste quello che ti è successo, spesso la gente non capisce quello che accade alle altre persone per il semplice motivo che sa poco della vita, si è poco empatici, tutti attenti a risolvere i loro, di problemi. Siamo finiti in una società di individualisti, Francesco, i problemi degli altri dapprima non interessano, e subito dopo li si commenta con asprezza, ignorando che dietro un problema c’è un intero mondo che la gente non conosce. Così nel calcio come nella vita, Francesco. Come a Perugia, ti ricordi Francesco? Solo chi si rialza può definirsi vivo. Come l'Araba Fenice.