Fenomenologia di una lacrima
C’erano una volta le lacrime di Fabio Bazzani, cadute sull’erba del Ferraris dopo un gol all’Atalanta che scacciava i demoni di un infortunio troppo lungo e crudele anche per un cuore di leone come il suo. C’erano una volta le lacrime di Walter Novellino, illuminate dal sole di una giornata di maggio, scese dopo il saluto al suo stadio e l’interminabile applauso dei suoi tifosi, al termine di cinque anni fitti di emozioni.
C’erano una volta le lacrime di Stefano Lucchini, che senza bisogno di parole raccontavano la storia di una finale persa ma combattuta fino all’ultimo rigore, raccontavano del vuoto lasciato da una gioia solo immaginata. C’erano una volta le lacrime di Angelo Palombo, capitano di una Samp ingenua sognatrice, bella ma troppo fragile per resistere ai colpi impietosi delle armate tedesche, in una notte di mezza estate di non molto tempo fa.
Tutte queste lacrime fanno parte dello sport, dello spettacolo che ogni giorno va in scena nei grandi stadi e sui polverosi campi di periferia, nelle palestre della provincia e sotto i riflettori delle più grandi manifestazioni mondiali. Ma le lacrime che domenica hanno accompagnato l’ultima uscita del tecnico Di Carlo dal terreno di gioco di Marassi sono quelle che nessuno vorrebbe mai vedere. Erano dettate dal sentimento più amaro che un allenatore, uno sportivo, può provare, quello del fallimento.
I tifosi lo presagivano da tempo, i numeri lo urlano forte e chiaro: questa stagione sta andando come peggio non poteva, e tutte le possibili soluzioni si sono rivelate inutili di fronte all’inesorabile declino di una squadra che era partita ad agosto con l’illusione di poter ripetere un’annata da primato. L’epilogo di questa storia nata sotto una cattiva stella forse non poteva essere diverso da quello andato in scena domenica, con una tifoseria sostanzialmente estranea alle contestazioni (ordinaria amministrazione, invece, per altri club di Serie A) che invoca l’ultima carta da giocare nel tentativo di salvare il salvabile.
Nessuno potrà mettere in discussione l’uomo, e la condanna dell’allenatore potrà essere smentita in futuro, quando mister Di Carlo non si troverà a dover gestire un’eredità così pesante, una squadra plasmata sul modulo di un altro tecnico, e non dovrà fare i conti con gli errori gestionali di una stagione di transizione che si è andata a sovrapporre a quella che avrebbe dovuto essere la stagione del ritorno della Sampdoria nell’Europa che conta.
Le lacrime del fallimento negli occhi di Mimmo hanno lasciato l’amara constatazione che non ci sarebbe stato più niente da tentare, e che lui abbia davvero dato tutto per i nostri colori. La speranza è che anche lui, come la nostra Samp, possa trovare presto il proprio meritato riscatto. Con l’augurio che non si trovi mai più ad essere “nel posto sbagliato, al momento sbagliato”.
