ESCLUSIVA SN - Viscardi: "Ho fatto due conti..."
…perchè è finito il girone d’andata e qualche conclusione bisogna trarla anche dai numeri, come i miei maestri di giornalismo mi insegnarono a fare.
La Sampdoria – che doveva fare un campionato di vertice – galleggia a metà classifica. Una situazione che però va letta con attenzione, perchè si riferisce ad una media tra le prime dieci giornate e le seguenti undici. Infatti, fino alla metà di ottobre la squadra era presente con costanza nelle prime sei posizioni della classifica, avendo subito una sola sconfitta (peraltro abbastanza casuale, ma a suo modo decisiva) contro il Torino, con tre vittorie esterne e una sola interna.
Da lì si è spenta la luce, e il Doria ha vinto una sola volta (in casa, col Crotone), perdendo quattro partite e pareggiandone sei. In mezzo, il cambio di allenatore, che – numeri alla mano – non ha portato nessuna svolta, nemmeno negativa, perché la spirale perversa era già iniziata sotto la precedente guida tecnica. Insomma, un primo quarto di torneo da promozione, un secondo da retrocessione.
Da segnalare anche come i nostri abbiano fruito di sei rigori nelle prime otto giornate di campionato e poi non ne abbiano più battuti. Il numero di rigori (e di punizioni dal limite), se esistesse una legge matematica al riguardo, è con buona approssimazione direttamente proporzionale alla pericolosità delle puntate offensive. Inoltre, la Sampdoria è allegramente in testa alla classifica dei corner battuti, specie in casa. Non è necessariamente un buon segno, salvo che non sia segnata almeno una dozzina di gol su questi calci da fermo: vuol dire che sul gioco in acrobazia nell’area avversaria questa squadra viene facilmente soverchiata dagli avversari, e ciò – contro squadre aitanti ma tecnicamente povere – è un limite preciso. Chi si chiude senza fare niente o quasi in avanti spesso fa punti anche senza cercarli. L’attacco è il settimo della cadetteria e la difesa la terza. Neanche male, a voler essere precisi.
I gol: ben venti su ventisei arrivano dagli attaccanti (6 Pozzi, 5 Bertani, 3 Maccarone e Piovaccari, 2 Foggia, 1 Foti), tre dai difensori (2 Volta, 1 Costa), un’autorete a favore contro il Crotone. Due – solo due! – arrivano dal centrocampo: Palombo con il Padova alla prima di campionato e Bentivoglio contro il Modena. E qui, secondo me, sta il punto. Provo a razionalizzare una situazione che però presenta anche elementi “de panza”, che quindi tendono a sottrarsi per loro natura alle…logiche della logica.
Il centrocampo è il reparto più importante della squadra. Di ogni squadra. Citando Boskov, “come gioca centrocampo gioca squadra”. In estate, quando venne assemblata la rosa, i ritocchi più importanti riguardarono l’attacco (Bertani, Piovaccari e Foggia) e la difesa (Romero e Costa su tutti, ma anche il ritorno di Rossini e Accardi e la conferma di Gastaldello e Volta). E non entro nel merito del rendimento di molti interpreti di questi due reparti. Il centrocampo, con la permanenza di Palombo, venne probabilmente ritenuto a posto a prescindere. “Ma come”, si pensava, “vuoi dire che con un mix di esperienza, vivacità e qualità tra Palombo, Obiang, Soriano, Dessena, Bentivoglio, Koman, Kristicic, Signori, due o tre interni da far giocare come si deve ogni volta non li troviamo?”. No. Non li abbiamo trovati.
Perché forse può essere vero che, presi singolarmente, si tratta di buoni calciatori (alcuni più, altri meno: è la pratica che ormai ce lo dice). Ma sicuramente non si tratta di una batteria ben assortita. Manca, ad esempio, il catalizzatore di gioco, quello che con la palla tra i piedi, anche con l’avversario a dieci centimetri, tiene la testa alta e crea gioco. Lo fa Pirlo, e va beh! Ma lo faceva anche Sergio Volpi, mentre invece – almeno quest’anno – non riesce proprio a farlo Palombo: da alcuni suoi errori sulla nostra tre quarti sono nati momenti molto negativi per la Sampdoria, a partire dal gol di Suciu che – a mio modo di vedere – ha cambiato la storia del nostro campionato. L’unico in rosa che potrebbe giocare lì e così è Soriano, al quale però mi sembra manchi la personalità. Cioè il 50% del necessario. Il resto è piede e visione di gioco. Anche la coppia Palombo – Obiang, forse la migliore, non ha saputo e potuto risolvere il problema.
Ma poi mancano anche gli incursori: bocciato (penso per sempre) Koman, mai visto Signori (per il quale non mi spiego l’ostracismo), sempre deludente Dessena, ci si aspettava qualcosa di totalmente diverso da Bentivoglio. Al mercato bisognerebbe chiedere un giocatore con queste caratteristiche, e non serve un genio per comprenderlo. Prendersela con Palombo perché fa male il regista è come prendersela con Pozzi perché fa male lo stopper sui corner avversari! Con un giocatore dalle giuste caratteristiche al fianco sono convinto che anche il Capitano – cui sono molto affezionato – lieviterebbe molto, e – finalmente sgravato da compiti di costruzione – potrebbe tornare quel giocatore di lotta e di governo di cui la Sampdoria ha urgente bisogno. Invece, con un centrocampo di onesti pedatori senza inventiva, il gioco risulta lento, prevedibile, senza profondità e senza creatività: l’ideale per difese schierate contro attaccanti poco mobili e spuntati.
Chiudo con un pensiero sul momento decisivo della stagione, già sfiorato due volte: la sconfitta con il Torino, e soprattutto il pareggio di Suciu. La Sampdoria appariva in crescita, e aveva dominato il primo tempo. Guardandomi attorno, le espressioni dei colleghi che seguono i granata la dicevano lunga: questi ci fanno a pezzi. Poi, quel pallone perso malamente a centrocampo, un “quasi fallo” non fischiato, una chiusura ritardata, e quella sera non c’è neppure Romero: 1-1. La respirazione “bocca a bocca” ad una squadra tutt’altro che trascendentale, che prende coraggio e alla fine vince anche per la troppa foga dei nostri nel voler trovare a tutti i costi un successo che li lancerebbe in testa. Poi – è vero – ne abbiamo viste di tutti colori. Ma il campionato è cambiato quel maledetto venerdì sera di fine settembre. Il filo andrebbe riannodato da lì.
