1946 - Sampdoria - Reggiana Coppa Italia 1982: una storia tra il serio e il faceto

01.01.2020 19:46 di Guido Pallotti   Vedi letture
1946 - Sampdoria - Reggiana Coppa Italia 1982: una storia tra il serio e il faceto

Era il 13 di gennaio del 1982 e la Samp disputava la partita di ritorno dei quarti di finale della Coppa Italia, dopo avere perso a Reggio Emilia per 1 -0. 

Paolo Mantovani aveva allestito uno squadrone raccogliendo giocatori con un trascorso notevole e promettenti giovani, convincendoli proponendo loro ingaggi da serie A, come del resto percepivano i calciatori dei quali si era disfatto, che galleggiavano, alcuni addirittura da cinque anni, nel campionato di serie B. Della vecchia rosa erano rimasti in pochissimi Mauro Ferroni, capitano, Galdiolo, Rosselli, Logozzo e Luca Pellegrini. 

La formazione base era così schierata: Conti; Ferroni, Vullo; Patrizio Sala, Guerrini, Galdiolo; Rosi, Bellotto, Garritano, Scanziani, Zanone. L’allenatore era Riccomini che, dopo un inizio di campionato deludente, fu sostituito da Ulivieri, il quale dopo molti anni raccontò che il giorno che si presentò a Mantovani, nella sede di Via XX Settembre, indossava una cravatta rossoblu e il Presidente gli disse: «Se non ha i soldi glieli impresto io, ma scenda giù e si compri una cravatta che non abbia quei colori».

Tornando alla partita di ritorno con la Reggiana, ricordo, e come potrei dimenticarlo, che era di mercoledì pomeriggio e un gelido vento di tramontana, investiva la Sud; gli abituali frequentatori di quella gradinata sanno bene le sofferenze che provoca quando Eolo è particolarmente inca…volato. Ero insieme al giovane figlio di un amico ed entrambi ci eravamo bene intabarrati ed io indossavo un trench coat (cappotto da trincea), in dotazione all’esercito USA, procuratomi da un amico portuale. 

Non eravamo stivati sugli spalti e dietro di me era seduta una signora che, come mi spiegò, era uscita dal lavoro e non aveva avuto il tempo d’andare a casa per vestirsi adeguatamente. Soffrivo io che avevo i piedi infilati in un paio di stivali con la pelliccia, figurarsi lei che calzava delle scarpe “décolleté”, come vidi poiché le sue estremità erano posate ai lati delle mie natiche. Credo fosse giunta al punto massimo della sopportazione quando toccandomi una spalla e mi chiese: «Signore, mi perdoni, ma mi si stanno congelando i piedi, mi permette di metterli nelle tasche del suo impermeabile?». Le risposi: «Faccia pure». Erano tasche profonde e il freddo dei suoi piedi l’avvertii sulla pelle oltre il panno del trench.

La Samp riuscì a fare soltanto un goal e si andò ai supplementari e fu a quel punto che, bontà loro, i dirigenti aprirono l’accesso alle tribune, verso le quali la signora si apprestò a correre, ringraziandomi mentre infilava i piedi scongelati nelle eleganti scarpe. Nulla successe nei due extra time, così che fu necessario per decidere chi avrebbe avuto accesso alle semifinali, battere i calci di rigore. Questo è il tabellino di quell’incontro: 13 gennaio 1982: Sampdoria-Reggiana 1-0, 71’ P. Sala. 4-3 dopo calci di rigore che segnarono per la Sampdoria Roselli, Rosi, Sella e Galdiolo - per la Reggiana Trevisanello, Galasso e Carnevale).

Galdiolo calciò il penalty decisivo sotto la Gradinata Sud e ci volle un bel po’ prima che il vento permettesse al pallone di rimanere fermo sul dischetto. Incontrai quella signora in un viale dell’ospedale San Martino, vestiva un camice bianco e ai piedi delle Fly Flot professionali, non saprò mai se fosse stata una dottoressa o quant’altro, mi salutò con un sorriso quando ci incrociammo, e dopo pochi passi ci voltammo entrambi e vidi sul suo volto la tipica espressione perplessa: “Lo conosco ma non ricordo chi è”.

Alcuni anni dopo per trascorrere una settimana con moglie figlio e figlia a Salice d’Ulzio, mi ero comprato, per pura vanità, una nuova giacca a vento, anche se quella che già avevo sarebbe andata benissimo, guidai indossando un maglione blu con giro collo e polsini rigorosamente bianchi con strisce rossonere, certo di avere messo il nuovo indumento nel bagagliaio dell’Ami 8, quando però giungemmo a destinazione mi accorsi che la giacca a vento l’avevo lasciata a Genova, fortunatamente trovai in quel vano il trench coat che lì tenevo per ogni evenienza.

Circolai così per 14 giorni per le strade della stazione sciistica piemontese con quell’indumento, sotto lo sguardo inorridito della moglie per la quale sembravo un reduce di guerra.