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UNA REGINA SOTTO I RIFLETTORI

Il racconto dalla tribuna di Varese: seppure bagnata e infreddolita, non sei mai stata così bella, cara Sampdoria

Giornalista pubblicista. Direttore e ideatore di Sampdorianews.net. Nella redazione di Tuttomercatoweb.com dall'estate 2006.
10.06.2012 19:25 di Diego Anelli  articolo letto 3219 volte
© foto di www.imagephotoagency.it
Il racconto dalla tribuna di Varese: seppure bagnata e infreddolita, non sei mai stata così bella, cara Sampdoria

Arrivo da una settimana caratterizzata da un’attesa oramai spasmodica, dall’incredibile vicinanza di un obiettivo diventato tanto miracoloso quanto realistico, dal nervoso di non aver trovato un biglietto per il settore ospiti, andato esaurito nel giro di un’ora (anche se ieri comparivano alcuni scalini vuoti, quindi poteva essere messo in vendita qualche tagliando in più....) e dalla quasi certezza di dover saltare l’appuntamento con la partita dell’anno dopo non essere mancato nemmeno nei momenti più bui come a Nocera, né nelle partite chiave come a Castellammare di Stabia.

Quando era rimasta soltanto la speranza, ecco sbucare un pass per la tribuna, dovrò vedermi la partita lontano dagli altri cuori blucerchiati, in mezzo ai tifosi locali, pazienza, l’importante è esserci, non mancare, assicurare la propria vicinanza ai ragazzi in campo, qualsiasi cosa accada. Partiamo in pullman da Genova lasciando temperature tipicamente estive, arriviamo a Varese accolti da gelo e pioggia, sembra essere tornati a novembre. Arrivati davanti allo stadio, saluto la compagnia, vado a recuperare il pass e mi accomodo nella colma tribuna dell’Ossola, c’è gente ovunque, in piedi, appoggiati alle ringhiere, inizialmente mi appoggio davanti ad una colonna, poi ecco spuntare un mio amico, un altro cuore doriano arrivato da Genova, mi seggo accanto a lui, una vicinanza psicologica che può aiutare un pochino perché il disorientamento è notevole.

Mi giro, mi guardo attorno, vedo soltanto persone con le casacche biancorosse, donne, bambini, famiglie intere, tante trombette usate di continuo, la festa già pronta, la sicurezza di potercela fare, lo speaker che carica ulteriormente l’ambiente annunciando le formazioni con una mini presentazione di ogni proprio protagonista, l’ambiente è convinto di farcela, ci aspetta una battaglia, ne eravamo consapevoli, ma adesso abbiamo la conferma definitiva.  Entrano le squadre per il riscaldamento, i beniamini di casa vengono accolti con un autentico tripudio, sonori fischi per i blucerchiati, acclamati però dagli immancabili cuori doriani presenti sotto la pioggia.

All’entrata delle squadre in campo la tifoseria locale mostra la propria coreografia che coinvolge anche la tribuna, ho accanto a me un bimbo che alza un cartoncino bianco con lo stemma del Varese, suo papà lo prende in braccio e gli consente di vedere il fischio d’inizio. Soffro come un cane nel seguire la sfida in un settore dedicato ai tifosi avversari, incito comunque i ragazzi, impreco sotto voce, le sensazioni di chi ho attorno sono opposte alle mie. Quando il Varese spinge, va vicino al goal che potrebbe riaprire ogni discorso, quando colpisce la traversa, la gente si alza, si dispera, sprona i propri beniamini, con la speranza di essere vicini al grande traguardo assente da ben 37 anni, io invece mi metto le mani nei capelli, non riesco a stare fermo, mi muovo di continuo, come se non bastasse il fastidio dell’acqua gelata che le raffiche di vento mi gettano addosso.

La Samp tiene però botta, dopo l’inizio dei padroni di casa, riesce ad uscire, a rispondere colpo su colpo. Bella la triangolazione tra Munari e Soriano, con traversone dell’ex viola per Pozzi, colpo di testa da due passi, Pucino respinge come può, la sfera torna in gioco, mi sto per alzare in piedi dimenticandomi di tutto, Soriano batte a colpo sicuro, Terlizzi si immola sulla linea, incredibile, non è entrata. In tribuna si fatica a contenere la gioia, io mi dispero, una doppia occasionissima è stata gettata al vento, ma sono ottimista, vedo i ragazzi in palla, ci riproviamo con Renan su punizione, Bressan respinge di piede, va bene ragazzi, il Doria c’è, è vivo.

Nell’intervallo cerco di riprendermi, 45 minuti se ne sono andati, ma ne mancano altrettanti più un recupero che si preannuncia lunghissimo viste le facili previsioni di una ripresa statica, con le squadre stanche e tendenti al fallo sistematico. Guardo il settore ospiti, il mio settore, quello che avrebbe dovuto accogliermi ma che stavolta devo soltanto guardare da lontano, tutti sono bagnati, ma carichi, i tifosi non tesserati sono stati bloccati ben lontano dallo stadio, non hanno nemmeno potuto sostenere i ragazzi al di fuori dei cancelli, quelli tesserati però ben figurano, non tradiscono l’appuntamento più importante della stagione, cantano a squarcia gola, ci credono.

La ripresa inizia con il consueto equilibrio, ma le squadre cominciano a sentire la stanchezza, il Varese ha fretta di sbloccare il risultato e più il tempo passa e più si fa prendere dalla frenesia, dal nervosismo, dalla paura di non farcela. La Samp, dal canto suo, è consapevole che subire un goal rischierebbe di mandarla almeno ai supplementari, nei quali la maggiore carica psicologica e condizione fisica degli avversari potrebbero avere la meglio, oltre ad accendere ulteriormente un ambiente già carico. Quindi è meglio giocarcela fino in fondo, cercare di non chiuderci a riccio e provare a colpire.

La temperatura scende ulteriormente, tremo come una foglia, devo stare seduto, non posso nemmeno muovermi per riscaldarmi, è un calvario psicologico dover sentire i continui cori d’incitamento per il Varese, ma con il cuore, con la mente sono con i ragazzi in campo, li vedo correre, soffrire, combattere su ogni pallone, protestare, sono vivi, ci credono più che mai e siamo pericolosi prima con Eder, poi con Rispoli, il bolide del motorino finisce di pochissimo a lato, un brivido per tutti i varesotti, una gioia soffocata in gola per il sottoscritto.

Ecco arrivare il momento più difficile, Eder deve uscire per un problema fisico, manca ancora mezz’ora, entra Pellè bravissimo a tenere palla, ci manca però adesso un giocatore veloce che possa partire in contropiede, il Varese tenta il tutto per tutto, ci prova con Terlizzi e Granoche, Maran si gioca le carte De Luca e Plasmati, perdo il conto delle mischie furibonde nel cuore dell’area, in ognuna perdo un anno di vita, mi confido, mi sfogo con il mio compagno doriano al mio fianco, sono agitato come una molla, ma per la Samp questo e altro. Fatichiamo a ripartire, ma quando ce la facciamo, per il Varese sono dolori, però Pozzi perde il momento della battuta sul più bello, non viene concesso nessun fallo, dobbiamo patire ancora.

Al minuto 86 l’ennesima palla lunga del Varese trova libero Plasmati, uno degli attaccanti più alti in circolazione, spizzica di testa la sfera che fa la barba al palo, la tribuna si alza tutta in piedi credendo nel goal tanto atteso e si dispera in ogni modo, io resto seduto con le mani in faccia, con un brivido che mi scorre per tutta la schiena, riprendo a respirare, ma che paura ragazzi… Alcuni tifosi di casa sembrano non crederci oramai più, ma la partita è ancora lunga, sono 6 i minuti di recupero, guardo l’orologio, metto il cronometro, non ne posso più, non sento nemmeno più le gambe dal freddo, temo questi minuti, ho l’incubo dell’ennesima cocente beffa nel finale, tra i minuti più lunghi della mia intera esistenza da tifoso, ma dopo pochi secondi scopro che saranno tra i più meravigliosi di sempre.

Il Varese perde palla a centrocampo, Rispoli parte come un treno, non lo ferma più nessuno, per un attimo quasi quasi penso che vada in porta con la palla, Soriano taglia a destra e libera lo spazio per l’inserimento di Pozzi, Ruspa lo vede e lo serve in profondità al tempo giusto, il difensore è in ritardo, Nicola ha il tempo per battere a rete, Bressan esce dalla propria porta. In quel momento mi viene in mente di tutto, frazioni di secondo, la delusione con il Werder, le lacrime della retrocessione, l’umiliazione di Nocera, ma poi immediatamente la voglia di questi ragazzi, la grinta di mister Iachini e il nostro infinito amore verso questi colori con la presenza nelle trasferte più lontane…

Nicola guarda il portiere, calcia di sinistro, colpisce il montante, perdo il respiro, non ne va bene nemmeno una? Invece è volta buona, la sfera sbatte contro la parte interna del montante e s’insacca, è goal, è goal, è goal, è entrata, siamo in serie AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, non credo ai miei occhi dalla felicità, Nicola si mette le mani in testa, anche lui è incredulo,  a quel punto urlo, dentro e fuori di me, “si è goal si è goal si è goal si è goal si è goal”. All’Ossola scende il gelo non solo termico, ma anche psicologico tra tifosi e squadra del Varese, teniamo palla fino al triplice fischio finale che sancisce il ritorno in serie A della Sampdoria, una rimonta incredibile nel bene quanto nel male era stata la retrocessione dello scorso anno. Ci abbracciamo tra pochi intimi in tribuna, non trattengo le lacrime che scendono copiose, lacrime non più di amarezza, delusione, dolore, tristezza, ma di una gioia infinita, una liberazione indescrivibile, una goduria contagiosa!!!!

La panchina entra in campo, il mister vola con i pugni verso il cielo, tutti quanti sotto il settore ospiti a festeggiare, sarà una lunga notte di festeggiamenti tra Varese, poco importa se scoppia intanto il diluvio, poi all’autogrill nelle vicinanze di Pavia dove arriva la squadra con gli scatenati Pozzi, Foggia e Fornaroli in piedi sul tetto del pullman e il mister che resta il più acclamato che mostra la sciarpa blucerchiata, saluta i tifosi e stringe il pugno. È soltanto l’antipasto di quello che troveremo in Piazzale Kennedy appena arrivati con il pullman a Genova.

Non abbiamo dormito, abbiamo preso un freddo cane e una pioggia copiosa, si sono persi anni di vita, abbiamo sofferto, patino come disperati, ma nulla in confronto alla gioia provata al goal di Pozzi, al triplice fischio finale, al raggiungimento di un obiettivo che a giugno sembrava il minimo sindacale, un traguardo impossibile da fallire e invece diventato un miracolo già a gennaio. Ce l’abbiamo fatta. In 4 anni abbiamo assistito a tutto: una Coppa Italia persa ai rigori, il raggiungimento del quarto posto, l’eliminazione nel recupero contro il Werder, la clamorosa retrocessione, l’incredibile promozione. Gioie e dolori, che soltanto chi li ha provati sulla propria pelle può descriverli e raccontarli. L’importante è essere sempre presenti al fianco della nostra amata. Seppure bagnata e infreddolita, non sei mai stata così bella, cara Sampdoria


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