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Una liberAzione nel destino dei veterAni

16.06.2012 15:30 di Niccolò Bagnoli  articolo letto 683 volte
© foto di Giuseppe Celeste/Image Sport
Una liberAzione nel destino dei veterAni

Voglio, e devo, essere sincero: pessimista di natura, a un certo punto non ci credevo più. Dopo il pareggio col Vicenza, ero ormai rassegnato ad un altro anno di purgatorio. E a conti fatti, visto come doveva essere questa la stagione del purgatorio, la prossima piuttosto avrebbe rappresentato un inferno.

Invece poi tutto è filato liscio. Va detto che i meriti sono di mister Iachini, del Padova dei 4 punti in 7 partite (il crollo biancoscudato dalla dodicesima alla diciottesima di ritorno è stato indubbiamente decisivo), di un giovanissimo puntero argentino che dopo neanche un quarto d’ora nel grande calcio gonfia la rete, di tre veterani che uccidono a suon di grandi prestazioni gli spettri della retrocessione.

Ecco, immaginiamoci lo stato d’animo, durante i playoff, di Daniele Gastaldello, capitano in corsa; Nicola Pozzi, che da bomber di scorta diventa l’angelo da pregare là davanti; di Da Costa, che da dodicesimo diventa l’angelo, di nome e di fatto, custode della porta blucerchiata nelle gare chiave della stagione in sostituzione di Romero, impegnato con l’Argentina.

Loro tre, Gasta, Nick e Angelone, sono stati i veri protagonisti dei playoff, dopo che nelle 42 partite di campionato i riflettori erano stati anche per i miracoli di Romero, l’eleganza difensiva di Rossini, l’esplosione di Obiang, Krsticic e Soriano, la lucidità di Munari e Renan, i guizzi di Eder, i momenti di gloria di Pellè e Icardi, cinque gol in due, in tre partite, per nove punti in un momento di vitale importanza, le perle da 3 punti di Foggia contro Ascoli e Grosseto.

La promozione è di tutti, sia chiaro, anche del Tuna Fornaroli che si sbatte fino allo sfinimento all’andata contro il Crotone. Ma quei tre, sarà stato un caso che sia toccato a loro trascinare la Sampdoria via dalle paludi della serie B e riportarla dove è giusto che splenda la sua stella? Forse no, e la conferma è nell’abbraccio lacrimoso tra il capitano ed il suo vice dopo il fischio finale del ritorno dei playoff all’Ossola contro il Varese. Una liberazione.

Una liberazione per chi l’anno scorso aveva perso quella sicurezza in sé stesso che lo aveva portato fino in Nazionale, per chi tremava quando veniva puntato dall’attaccante avversario. Una liberazione, come per i tifosi l’urlo del vantaggio nel ritorno contro il Varese, e ancora di più quello a nove minuti dalla fine della stessa sfida, da parte della stessa persona. Un urlo che sovrasta quello dell’ex capitano, Angelo Palombo, contro il Padova alla prima di campionato, che non cancella i dieci anni dell’Angelo Blucerchiato, forse oggi l’unico a insidiare Roberto Mancini nel cuore degli appassionati (facendo giusta tara di ruoli e periodi storici naturalmente), ma che ci dà una conferma: Daniele Gastaldello, ora più che mai dopo la doppietta della finale playoff, è tornato, ed è il nostro nuovo condottiero.

Una liberazione per chi l’anno scorso era partito con il peso, e pure la tranquillità se vogliamo, di essere soltanto il vice di Cassano e Pazzini, e che poi si è ritrovato catapultato titolare perché i gemelli del gol degli anni 2000 erano stati cacciati o svenduti, e chi è stato chiamato a sostituirli non si era rivelato all’altezza per ruolo (Biabiany), feeling con l’ambiente (Maccarone) o scarsa predisposizione al gioco di squadra (Macheda). Dunque tutto sulle spalle larghe del giovane romagnolo, uno che il titolare lo aveva fatto appena un paio di stagioni, giovanissimo in B ad Empoli, segnando al massimo 12 reti in un anno. Invece l’uomo di Sant’Arcangelo di Romagna, al primo, vero anno da attaccante blucerchiato titolare e leader della zona del campo, ha dimostrato di meritare le sue chance: 16 reti in appena 28 partite nella stagione regolare, 4 su 4 nei playoff, uno stile e un urlo alla Inzaghi che fanno impazzire le curve. Nicola Pozzi non ha niente da invidiare al Pazzini di due anni fa, e ora lo sappiamo.

Una liberazione per chi l’anno scorso era arrivato a Genova a titolo gratuito visto che la dirigenza aspettò addirittura il fallimento dell’Ancona per tesserarlo senza cacciare un cent, giusto per fare il vice dell’ex promessa Curci. Una liberazione per chi dalla panchina era stato invocato a gran voce come fosse un potenziale salvatore prima di un derby vitale, poi perso a mo’ di beffa. Una liberazione per chi aveva iniziato, e proseguito a dir la verità, l’annata con la consapevolezza di dover solo sostituire una volta ogni tanto il titolare, visti gli impegni con l’Argentina. Dopo tre partite su quattro da titolare obbligato nei playoff, un rigore parato e altri interventi fondamentali, sappiamo che anche l’universo blucerchiato, di qualsiasi religione sia, ha il suo angelo da pregare. Angelo Da Costa, che l’anno prossimo speriamo possa riaccomodarsi in panchina con quel sorrisone che ci tranquillizza, perché sappiamo che se ritocca a lui, lui c’è.

Non è un caso dunque sia toccato a loro trascinare nuovamente la Samp in A. Da loro, come da altre certezze, tra le quali speriamo il condottiero Iachini, ripartiremo dalla cima del calcio. Dove noi meritiamo di stare.

Perché noi siamo la Sampdoria. Con la A maiuscola. E come gli acchiappafantasmi, abbiamo ucciso i nostri, e siAmo tornAti.

 


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