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I COLORI DEI NOSTRI CAMPIONI

L'intramontabile Vujadin Boskov, maestro sul campo e nella vita

16.05.2012 08:30 di Serena Timossi  articolo letto 5290 volte
© foto di Gerolamo Calcagno/FDL71
L'intramontabile Vujadin Boskov, maestro sul campo e nella vita

“Gli allenatori sono come le gonne: un anno vanno di moda le mini, l’anno dopo le metti nell’armadio”. Parole di Vujadin Boskov che ben si adattano al calcio moderno, in cui il tecnico diventa spesso capro espiatorio di fronte alle difficoltà di una squadra. Eppure per una volta l’uomo di Novi Sad si sbagliava, perché c’è un allenatore che non passa mai di moda e resta il più amato da chi ha i colori blucerchiati nel cuore.

Vujadin Boskov non è stato solo il traghettatore dello Scudetto della Samp, della finale di Coppa dei Campioni, dei successi in Coppa Italia ed in Europa. Con la sua simpatia ed il suo modo schietto e ironico di vedere il calcio ha dimostrato che un ottimo allenatore non deve solo essere un fine conoscitore del mestiere, bensì uno psicologo, un comunicatore, un tifoso della propria squadra. D’altronde, fu lui a dire che l’allenatore deve essere “maestro, amico e poliziotto”, con la disciplina come elemento basilare, ma l’umanità nel rapporto con i giocatori come qualità altrettanto imprescindibile.

Per ripercorrere la sua carriera da calciatore dobbiamo risalire al 1946, quando il serbo Vuja, nato a Begec, comincia la sua lunga esperienza nel Vojvodina. Militerà nella squadra serba sino al 1960 ricoprendo il ruolo di centrocampista, sia mediano sia mezzala sinistra, mostrando eccellenti qualità che gli varranno il soprannome di “Professore”. In quel periodo conquista la Nazionale jugoslava (57 presenze complessive) e fa parte del Resto d’Europa, la selezione che riunisce i migliori giocatori del continente.

All’epoca i giocatori jugoslavi non potevano essere ingaggiati da squadre estere sino ai 30 anni; raggiunto il limite di età si fa avanti la Sampdoria, in cui disputerà la stagione 1961/1962. La chiusura della carriera professionistica avviene due anni più tardi tra le fila degli svizzeri dello Young Boys, in cui comincerà anche l’esperienza da allenatore.

Boskov è un tecnico cosmopolita e, prima di giungere in Italia, allena Vojvodina, Nazionale jugoslava, Den Haag e Feyenord in Olanda, Real Saragozza, Real Madrid e Sporting Gijon in Spagna. Dopo una stagione ad Ascoli, Boskov approda alla Samp nel 1986 ed assembla, tassello dopo tassello, il gruppo scelto dall’ambizioso Presidente Mantovani portandolo più in alto di qualsiasi pronostico.

L’impronta sul campo del mago di Novi Sad è evidente: la Samp ha un assetto difensivo solido, un centrocampo di sostanza e qualità, fuoriclasse in attacco, sa essere spettacolare e pratica, è un’orchestra in cui ogni strumento sa quando è il momento dell’assolo e quando unire il proprio suono a quello altrui dando vita ad un’armoniosa sinfonia. Boskov è capace di trovare difetti in una rotonda vittoria, ma anche di sdrammatizzare una sconfitta, chiedendo se “è morto il barbiere” quando i giocatori sembrano troppo abbattuti negli spogliatoi, come ricorda Luca Pellegrini.

Parlando di Boskov inevitabilmente tornano alla mente le sue frasi celebri, geniali nella loro “lapalissianità”, tanto da essere diventate dei veri e propri aforismi calcistici. “E’ rigore quando arbitro fischia”, “Vince squadra che sbaglia meno, noi sbagliato di più e perso”, “Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0”; sono solo alcune delle massime entrate a far parte del linguaggio comune. Indimenticabile anche l’affermazione sul giocatore rossoblù Perdomo: “Se io sciolgo mio cane, lui gioca meglio di Perdomo”, poi rettificata: “Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane”.

Dopo La Samp, Boskov allena Roma, Napoli e Servette, per poi tornare sulla panchina blucerchiata nella stagione ’97-’98 ed infine guidare il Perugia (campionato ‘98’99) e la Serbia sino al 2001. Al di là della carriera e delle esuberanze linguistiche, Boskov è stato un uomo spontaneo e dallo stile inconfondibile che sintetizzava il calcio con una frase che molti colleghi odierni, soliti a polemiche e recriminazioni, sembrano aver scordato: “Pallone entra quando Dio vuole”.

Dopo il ritiro a vita privata se ne sono perse le tracce, eppure il ricordo è più vivo che mai. Nel giorno del suo 81° compleanno è un piacere e un onore porgere gli auguri più sinceri a Vujadin Boskov, l’uomo che con la sua saggezza e la sua simpatia è diventato l’icona di un calcio genuino, a cui non possiamo fare a meno di guardare con un po’ di nostalgia.

 


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