La vittoria dei 20.000, 1 tifo Olimpico, l'orgoglio di essere Sampdoriani

La vittoria dei 20.000, 1 tifo Olimpico, l'orgoglio di essere SampdorianiTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Alessandro Pizzuti
giovedì 14 maggio 2009, 11:10Una Regina sotto i Riflettori
di Diego Anelli

E’ difficile commentare una sconfitta così cocente e, al tempo stesso, altrettanto beffarda. Quando un sogno svanisce nel corso della dannata lotteria dei rigori, si torna a casa con un’industriale dose di rammarico, disperazione e spesso, come la storia calcistica insegna, sono talvolta gli uomini più rappresentativi a fallire dall’appuntamento distante undici metri.

Nel nostro caso resteranno incisi, nell’elenco delle trasformazioni fallite, i nomi di Antonio Cassano e Hugo Campagnaro, rischiando di finire in secondo piano le rispettive prestazioni offerte nel corso dei 120’. Il genio barese ha vissuto sicuramente serate assai più confortanti, non ha inciso in maniera efficace, come è lecito aspettarsi invece da un campione di questo calibro, mentre il muro argentino ha mantenuto le promesse, mostrandosi il consueto animale in campo, lottando su ogni pallone, non risparmiandosi mai. Il dischetto gli è stato poi fatale.

Al di là delle prestazioni di chi è sceso in campo, sento di dedicare questo editoriale ad ognuno dei 20 mila presenti all’Olimpico, giunti in treno, a bordo degli oltre 200 pullman, delle infinite macchinate e di un volo charter. Ho fatto un centinaio di trasferte al seguito della mia amata Sampdoria, questa volta ho aderito al treno speciale organizzato congiuntamente dai Fieri Fossato e dalla Federclubs, andato ad aggiungersi agli altri 3 convogli speciali targati Ultras, Fedelissimi e San Fruttuoso. Ben 3.500 tifosi blucerchiati hanno scelto l’opportunità offerta da Trenitalia di noleggiare convogli per intero, pagandoli a prezzo di listino e disciplinando poi le regole d’accesso in assoluta autonomia. Per la prima volta le Ferrovie danno la propria disponibilità ad un'iniziativa simile, non è una concessione facile da ottenere, ma la civiltà blucerchiata è riconosciuta ovunque e ogni difficoltà passa in secondo piano.

Sopra ogni convoglio erano presenti i referenti dei singoli gruppi, nel ruolo di garanti e responsabili verso Trenitalia per eventuali danneggiamenti e coordinatori nell’organizzazione di ogni spostamento effettuato a piedi e in navetta. Come era facile da pronosticare, non è successo nulla, nessun danneggiamento, nessun scontro, nessun spiacevole episodio da dare in pasto a chi non vedeva l’ora di sparare sul mondo ultras. La tifoseria blucerchiata, da sempre, conosce il significato dei termini rispetto, disciplina, lealtà.

Se il mio cuore piange dall’amarezza e dalla delusione per il risultato sancito sul campo, dentro di me sono orgoglioso di essere nato Sampdoriano, servirebbe un’enciclopedia per spiegare tutti i motivi che mi spingono a ritenermi fortunato di appartenere a questa meravigliosa tifoseria, ma, in sintesi, cercherò di riassumerli, prendendo proprio spunto dalla finalissima. Riprendendo il discorso sui convogli, sono fiero e soddisfatto che, dopo qualche anno caratterizzato da incomprensioni, la tifoseria organizzata si sia ricompattata, non solo per il bene della squadra, ma essendo sinceramente convinta sul passo da farsi, e dimostri sempre più maturità e senso di responsabilità nel riuscire a rendere fattibili degli autentici esodi.

Ho provato la pelle d’oca, il mio corpo ha recepito brividi unici, indimenticabili quando, indossando la pettorina bianca, ho partecipato alla realizzazione di una coreografia che non ha eguali: bambini, donne, uomini, persone anziane, gente venuta da ogni luogo, anche dall’estero, tutti avevano addosso le pettorine colorate, il colpo d’occhio era fenomenale, quattro colori, bianco, blu, rosso, nero, così vicini, così inseparabili da diventare una cosa sola, il blucerchiato. Mi posso ritenere fiero della mia tifoseria che, nonostante l’immensa posta in palio, non ha voluto trascurare, nemmeno per un attimo, i propri ideali: la lotta, ormai portata avanti da pochissime piazze, verso il mutamento della normativa vigente sugli striscioni, e il saluto verso Gabriele Sandri, il tifoso biancoceleste che ci guarda da lassù per colpa di una tragedia indescrivibile.

Teoricamente la finale di Coppa Italia, peraltro storicamente disputata con la modalità dell’andata e ritorno, dovrebbe svolgersi in un campo neutro, in concreto la Lazio gioca in casa, nella sua città, nel suo stadio, con 50.000 persone al suo fianco. Nonostante la netta inferiorità numerica, sugli spalti non siamo stati assolutamente sparring – partner, anzi, noi 20.000 cuori blucerchiati siamo stati protagonisti di un tifo incessante, costante, poderoso, assordante: battimani, sbandierate, treni, sciarpate, botte di Doria e di entusiasmo che rimbombavano in ogni settore dell’Olimpico. Un sostegno diventato addirittura commovente e innamorato, quando, a partita terminata, con i loro settori spopolati e il terreno di gioco deserto, incitavamo la nostra squadra, i nostri colori, la nostra maglia. Siamo Noi la Sampdoria.

Ce ne ritorniamo a casa senza la quinta Coppa Italia in bacheca, senza la qualificazione all’Uefa e il diritto di giocarci a Pechino la Supercoppa Italiana, ma con la consapevolezza di costituire un patrimonio unico in circolazione a livello di tifoseria, aver rappresentato, ancora per l’ennesima volta, Genova in Italia e in Europa nel calcio che conta, e magari essere in credito con chi avrebbe potuto consentire il definitivo salto di qualità ad una squadra, bisognosa di rinforzi, che ha sempre dato tutto, poco o tanto che sia.