Viscardi: "Una sconfitta dalla quale non si impara niente..."
Il mondo blucerchiato, si sa, presenta caratteri di originalità che ne fanno un “unicum” nel panorama calcistico.
I doriani ricordano di avere cantato a Berna, a Wembley, e più di recente all’Olimpico e martedì, al cospetto di uno scarto del destino mai come stavolta cinico – perché al 92’? – e baro – nelle due partite, sfido chiunque a sostenere che abbia meritato di passare il Werder, tre tiri in due gare e cinque gol.
L’uscita prematura e immeritata dalla Champions League è frutto di episodi, sfortuna e qualche difetto da eliminare al più presto in una squadra che ha ambizioni che vadano al di là della sopravvivenza. Ma qui sta il problema: un luogo comune vuole che dalle sconfitte si debba trarre insegnamento per evitare di ripeterne il percorso. Esatto, ma fino ad un certo punto.
Ci sono sconfitte che insegnano qualcosa, ed altre dalle quali non si impara niente. Quella di martedì appartiene alla seconda categoria. Troppo bruciante, troppo legata all’episodio, al centimetro, al minuto… insomma: troppo casuale per poterne trarre insegnamenti che vadano d’accordo con la logica.
Il rischio, in questi casi, è che lo sconforto – sfera della panza – oscuri la voglia di reagire – sfera del cervello – e che quindi l’ambiente si afflosci di fronte all’immediato, che si chiama pur sempre campionato, Europa League (dove questa squadra può fare molto bene, ne ha le stigmate) e Coppa Italia, storico feudo doriano.
Come esorcizzare il demonio? Anzitutto con un’accurata riflessione di tutto l’ambiente sull’accaduto, razionalizzandone se possibile gli aspetti, e poi – visto che da imparare c’è ben poco, ma da rimuovere moltissimo - facendone un sacco e buttandolo via, guardando avanti con ottimismo e con la voglia di riprovarci. La depressione non serve a niente, ed anzi svuota progressivamente di energie.
Ricordando che anche martedì sera il pubblico doriano – anzi: il grandissimo, entusiasmante e foltissimo pubblico doriano – non ha smesso un minuto di cantare. Come a Wembley.
